Nel panorama della medicina contemporanea, i cannabinoidi rappresentano un ambito di ricerca in continua evoluzione. Si tratta di composti presenti nella pianta di cannabis che vengono studiati per comprendere il loro possibile ruolo in diversi contesti clinici, sempre sotto controllo medico e secondo normative specifiche.
L’interesse scientifico non è recente, ma negli ultimi decenni la ricerca ha approfondito il funzionamento del sistema endocannabinoide umano, un sistema biologico coinvolto nella regolazione di numerosi processi fisiologici. Questo ha permesso di analizzare in modo più rigoroso e controllato le potenziali applicazioni dei cannabinoidi in ambito sanitario.
Di seguito vengono riportati gli ambiti di studio più rilevanti, senza che ciò costituisca indicazione terapeutica.
Cannabis terapeutica: definizione e contesto medico
Con il termine cannabis terapeutica si fa riferimento a preparazioni standardizzate contenenti cannabinoidi, utilizzate esclusivamente su prescrizione medica e in contesti clinici specifici.
I principali composti coinvolti sono:
- THC (tetraidrocannabinolo): molecola con effetti psicoattivi, studiata anche per il possibile ruolo nel controllo di dolore e spasticità.
- CBD (cannabidiolo): composto non psicotropo, oggetto di ricerca per la sua interazione con meccanismi legati a infiammazione, tono dell’umore e risposta allo stress.
La differenza tra CBD e THC, dunque, è che il THC esercita effetti psicoattivi legandosi direttamente ai recettori CB1 del sistema nervoso centrale, mentre il CBD non produce alterazioni dello stato di coscienza e agisce in modo più modulante e indiretto sui sistemi biologici coinvolti nell’equilibrio dell’organismo.
Tra i prodotti autorizzati in ambito medico figurano:
- Sativex: spray orale a base di THC e CBD, indicato in specifiche condizioni cliniche.
- Preparazioni standardizzate come Bedrocan, utilizzate in ambito ospedaliero o specialistico in alcuni Paesi.
La prescrizione avviene solo quando ritenuto appropriato dal medico, spesso in caso di risposta insufficiente alle terapie convenzionali.
CBD: ambiti di ricerca principali
Il CBD è uno dei cannabinoidi maggiormente studiati. Non produce effetti psicoattivi e viene analizzato per la sua interazione con il sistema endocannabinoide e altri sistemi neurochimici.
Di seguito gli ambiti di studio più discussi in letteratura.
CBD e dolore cronico
Il dolore cronico è un ambito in cui i cannabinoidi sono oggetto di approfondimento scientifico. Alcuni studi preliminari e revisioni suggeriscono che il CBD possa essere coinvolto in meccanismi biologici correlati a:
- modulazione dei processi infiammatori
- regolazione della percezione del dolore
- equilibrio dei fattori che incidono sulla qualità del riposo
È importante sottolineare che le evidenze non permettono ancora di definire indicazioni cliniche standardizzate né protocolli terapeutici condivisi. L’eventuale utilizzo in questo contesto deve essere valutato esclusivamente in ambito medico.
Nel 2024 è stata pubblicata una revisione su PubMed che ha analizzato diversi studi sull’utilizzo del CBD nel contesto del dolore cronico, definito come dolore persistente oltre i 3–6 mesi.
Alcuni lavori inclusi nella revisione hanno riportato una diminuzione dell’intensità del dolore nei pazienti trattati con cannabinoidi, sia con CBD da solo sia in combinazione con THC. Tuttavia, i risultati risultano eterogenei per metodologia, campione e dosaggi utilizzati.
Gli autori evidenziano che, pur emergendo segnali di potenziale beneficio, sono necessari studi clinici più ampi e standardizzati per definire con maggiore precisione efficacia, sicurezza e protocolli di utilizzo.
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CBD e disturbi d’ansia
Il cannabidiolo è stato oggetto di studi preliminari in relazione a:
- disturbo d’ansia generalizzato
- ansia sociale
- disturbo post-traumatico da stress
Una revisione pubblicata nel 2020 ha analizzato il ruolo del cannabidiolo in relazione a disturbi come ansia, depressione e condizioni psicotiche. I dati disponibili, provenienti in larga parte da studi preclinici e modelli animali, suggeriscono che il CBD possa influenzare alcuni meccanismi neurobiologici coinvolti nella risposta allo stress e nella regolazione dell’umore.
Saranno necessari ulteriori studi controllati su popolazioni cliniche per chiarire il reale ruolo del CBD in ambito psichiatrico. Il cannabidiolo non sostituisce terapie farmacologiche o psicologiche e ogni eventuale utilizzo deve essere valutato in ambito medico.
CBD e qualità del sonno
Il CBD viene studiato anche per la sua possibile influenza su:
- tempo di addormentamento
- continuità del sonno
- percezione soggettiva della qualità del riposo
Alcune fonti divulgative, tra cui la Sleep Foundation, riportano che il CBD è oggetto di studio in relazione ai disturbi del sonno, compreso il disturbo comportamentale del sonno REM, una condizione in cui si verificano vocalizzazioni o movimenti durante la fase REM.
Una revisione pubblicata nel 2024 su Current Psychiatry Reports ha esaminato l’uso di cannabis e CBD nel contesto dei disturbi del sonno. Gli autori evidenziano che le evidenze disponibili indicano un potenziale interesse scientifico, pur sottolineando la necessità di studi clinici più ampi e controllati per definire efficacia, sicurezza e dosaggi appropriati.
Il CBD non rappresenta una terapia sostitutiva per i disturbi del sonno e ogni eventuale utilizzo deve essere valutato con il medico curante, soprattutto in presenza di patologie neurologiche o trattamenti farmacologici in corso.
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Epilessia farmacoresistente
L’ambito in cui il CBD dispone di evidenze cliniche più solide riguarda alcune forme di epilessia farmacoresistente. In questo contesto, preparazioni specifiche a base di CBD sono state approvate in diversi Paesi.
Il trattamento avviene sempre:
- sotto supervisione specialistica
- con monitoraggio medico continuo
- in associazione ad altre terapie
Uno studio pubblicato nel gennaio 2025 sull’Indian Journal of Pediatrics ha analizzato l’impiego del CBD in ambito pediatrico, in particolare in forme specifiche di epilessia farmacoresistente.
I risultati riportati dagli autori indicano una possibile riduzione della frequenza delle crisi in una parte dei pazienti trattati nell’ambito di protocolli clinici controllati. Lo studio evidenzia inoltre un potenziale impatto positivo su alcuni indicatori di qualità della vita.
Tuttavia, si tratta di trattamenti effettuati sotto stretta supervisione specialistica e in contesti regolamentati. Il CBD in ambito pediatrico non deve essere utilizzato senza indicazione medica, e sono necessari ulteriori studi per definire con maggiore precisione efficacia, sicurezza e criteri di impiego.
Malattie infiammatorie
Il sistema endocannabinoide è coinvolto nella regolazione della risposta infiammatoria. Il CBD è oggetto di studio in relazione a:
- malattie infiammatorie intestinali
- condizioni caratterizzate da infiammazione cronica
Uno studio pubblicato nell’ottobre 2024 sulla rivista Cureus ha analizzato il ruolo dei cannabinoidi nel contesto delle malattie infiammatorie intestinali (IBD), tra cui malattia di Crohn e colite ulcerosa.
La revisione descrive l’interazione dei cannabinoidi con i recettori CB1 e CB2, presenti sia nel sistema nervoso centrale sia nel tratto gastrointestinale, evidenziando il possibile coinvolgimento di questi composti nei meccanismi che regolano infiammazione e motilità intestinale.
Non esistono al momento indicazioni cliniche definitive sull’impiego dei cannabinoidi come terapia per l’IBD, e qualsiasi utilizzo deve avvenire esclusivamente sotto supervisione medica.
Contesto oncologico
Uno studio pubblicato il 24 aprile 2024 sulla rivista Molecules ha analizzato, in ambito sperimentale, i meccanismi molecolari attraverso cui il CBD interagisce con alcune linee cellulari tumorali in modelli di laboratorio.
Gli autori descrivono come, in contesti preclinici (in vitro e in modelli animali), il CBD possa influenzare processi biologici quali:
- regolazione del ciclo cellulare
- attivazione di meccanismi di morte cellulare programmata (apoptosi)
- modulazione dell’autofagia
- interferenza con processi coinvolti nella proliferazione cellulare
È importante sottolineare che questi risultati derivano principalmente da studi sperimentali e non costituiscono evidenza di efficacia clinica nell’uomo.

Possibili effetti indesiderati
L’uso di cannabinoidi può comportare effetti collaterali anche con la cannabis terapeutica, tra cui:
- sonnolenza
- secchezza delle fauci
- alterazioni cognitive (più frequenti con THC)
- variazioni dell’appetito
Nel caso del CBD, gli effetti sono generalmente considerati lievi, ma sono possibili interazioni farmacologiche. È quindi fondamentale il confronto con il medico.
Prescrizione e quadro normativo
La prescrizione della cannabis terapeutica è regolamentata e può essere effettuata da medici autorizzati, spesso specialisti in:
- terapia del dolore
- neurologia
- oncologia
In alcune condizioni cliniche specifiche, può essere prevista la rimborsabilità secondo normativa regionale.
Chi può assumere cannabis terapeutica?
Come dicevamo, la cannabis terapeutica è un prodotto molto particolare che viene consigliato solamente in casi specifici decisi dal medico.
I criteri per la prescrizione della cannabis terapeutica sono i seguenti:
- La patologia deve essere grave o cronica;
- La patologia deve essere refrattaria ai trattamenti convenzionali;
- Deve esistere letteratura scientifica accreditata che supporti l’efficacia della cannabis terapeutica nel trattamento della patologia.
E ora vediamo chi può prescriverla.
Cannabinoidi e medicina personalizzata
La ricerca sui cannabinoidi si concentra oggi su:
- dosaggi personalizzati
- formulazioni controllate
- integrazione con terapie convenzionali
I cannabinoidi non rappresentano una soluzione universale, ma possono essere valutati in contesti clinici specifici, sempre sotto supervisione sanitaria.
Un approccio informato e guidato da professionisti rimane essenziale per garantire sicurezza e appropriatezza terapeutica.
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